Consigli per una vita di coppia felice e per una singlitudine serena, senza troppi sensi di colpa.

martedì 9 ottobre 2018

Non dimenticherò mai quella volta che..







Non dimenticherò mai quando te ne sei andato la prima volta. Io non capivo, giuro non capivo come tu potessi lasciarmi, eppure facevo tutto per te. Non stavamo forse bene insieme? Non eravamo felici?

Senza dirmi nulla, avvolto da una nuvola di intenzioni, ti sei allontanato seguendo il miraggio di una felicità borghese. Non dimenticherò mai i tuoi silenzi, i non detti e poi tutte le recriminazioni e le frasi sconnesse a seguire.

Ti ricordi quella volta quando tu camminavi davanti, a passo svelto e feroce, mentre io dietro, a capo chino, fingevo che non fosse accaduto nulla? Avevo insistito per fare una passeggiata in centro. Io avevo osato prendere un’iniziativa.!Che sciocca presuntuosa.  Tu, come punizione, mi hai tolto la parola così che, ogni tentativo di comprendere, iniziava a infrangersi contro un muro di non detti.

Cosa mi è restato come consolazione ad un amore severo e autoritario? Consumare le suole delle scarpe nel ripercorrere i luoghi del passato. La giovinezza fatica a diventare adulta quando qualcuno ti ha scippato per tanto tempo il desiderio di vivere.

Non dimenticherò mai il giorno in cui tu te ne sei andato per la seconda volta: eravamo in autunno e, dopo qualche mesi di finzione, hai deciso trionfante per altre donne. Più avvenenti e più disinibite di quanto fossi io piccola cornacchia gracidante.

Avevi ragione: ero troppo brava. E dovevo sembrare veramente una ragazzina irritante, di quelle che alzano il mento orgogliose, ogni volta in cui disegnavo i punti sulle I con ostinazione. Ti comprendo: non potevi certo sentirti a tuo agio in mia compagnia.

Cosa farsene di una che non capisce come va il mondo o non ride mai alle battute degli amici? Come consolazione ad un amore leggero e insincero mi resta l’illusione di un romanzo. Le parole silenziose  di Margerite Duras salvano più di mille pastiglie di Prozac.   

Non dimenticherò mai il giorno in cui te ne sei andato per la terza volta: avevo deciso che era giunta ora di fidarsi di un uomo. Mi ero messa d’impegno: basta viaggi tra un fidanzato turistico e l’altro. La tratta Roma- Milano iniziava a essere percorsa da treni ad alta velocità e i continui ritardi sembravano inviti a mettere radici.

Ti aspettavo sai? Tu giovane e promettente intellettuale, cresciuto tra cortei e manifestazioni, eri quello che avevo sempre sognato: l’eroe giunto a cambiare il mio mondo.

Purtroppo non ero mai abbastanza per te. La grande città mi opprimeva e mi intristiva; la nebbia soffocava il mio singhiozzo confuso con il fischio di un treno.

Come consolazione ad un amore in carriera e troppo breve per definirsi tale mi restava la voglia di ripartire da Rimini. All’epoca scoprivo l’opera di Pier Vittorio Tondelli e il sesso iniziava a farsi cannibale.   

Non dimenticherò mai il giorno in cui te ne se andato per la quarta volta: ma questa volta non ti ho permesso di strapparmi il cuore e di farne briciole. Allora ero forte! Sapevo il fatto mio: studiavo e i risultati arrivavano in voti e riconoscimenti. Ero libera insieme a quel mio cane giallo dal nome della birra irlandese. Io e lei, due randagie senza catene.

Il nostro inutile incontro poteva anche non avvenire. Non credo che la tua presenza nella mia vita sia stata poi così importante.

Mi hai affiancata un pomeriggio e, con un visino da scugnizzo, hai cercato il mio sguardo. “non parlo con uomini del segno dei pesci e che votano Berlusconi” mi pare di averti detto. Ebbene, poco dopo eravamo in un letto avvinti. Tutto sommato, nonostante le nostre diversità, con te mi sono divertita. Mi hai insegnato cosa significa fare l’amore con tenerezza dopo tanti graffi. Te ne sei andato un mattino d’estate, sbattendo la porta. Il sud ha sempre il sole caldo, ma io preferisco le nebbie della mia terra.  Come consolazione ad un amore che aspirava ad entrare nei salotti buoni dalla porta principale mi restava solo una cavigliera e un nuovo tatuaggio. La mia salvezza? È stata fidarmi completamente delle pagine di Valerio Varesi.  In compagnia del commissario Soneri finalmente ero a casa.  

Non dimenticherò mai il giorno in cui te ne sei andato per la quinta volta: eravamo a Roma. Avevi appena finito uno spettacolo. Ricordo di averti conosciuto casualmente una notte mentre i nostri corpi si sfioravano in un sala piena di fumo e musica. Eravamo di schiena, nessuno dei due vedeva l’altro. Abbiamo lasciato che le prime ad incontrarsi fossero le nostre voci. Di te ho ricordi sbiaditi: passeggiate in una Roma deserta; una notte davanti al golfo di Napoli con Novecento di Baricco e una pastiera, ultimo dono di tua madre. Ti confido una cosa: ho distribuito fette di quella torta di fiele e ricotta a tutti i miei compagni pendolari.   

Quella notte il mio viaggio è stato memorabile: grazie ad una torta e ad una chitarra sbucata improvvisamente ho trasformato un addio in una festa. Come consolazione di un amore inaffidabile mi restavano le ultime battute di un monologo.        

Non dimenticherò mai il giorno in cui te ne sei andato per la sesta volta: eravamo solo due vecchi amici, ritrovati dopo anni. Due vite diverse e lontane, ad un certo punto unite per salvare un amico fragile.

La cosa buffa? Che l’amico fragile era più forte del previsto mentre io, l’amica forte, iniziava a scoprire che non tutti vogliono essere salvati.

Mentre si moltiplicavano le domande sulla qualità del nostro rapporto, io e te ingenuamente trascorrevamo le notti d’autunno a parlare di musica e di cinema. Mi guardavi sorpreso mentre andavo e tornavo da casa tua chiamandoti “amico mio”. Può esistere l’amicizia tra un uomo e una donna? Noi ci abbiamo provato e per un po’ ha pure funzionato.

Come consolazione di un’amicizia che non poteva indossare i panni dell’amore mi resta oggi un concerto e il ricordo di sonni cullati dal rock.   

Non dimenticherò mai il giorno in cui te ne sei andato per la settima volta: dio, quanto ti ho odiato. Neppure una spiegazione, non un perché. Sai cosa ti dico? Che hai fatto bene a sparire dalla mia vita così, improvvisamente, perché in fondo non ho nulla da condividerei. Nessun ricordo. Cosa resta di un’assenza? Alcune poesie ripetute come mantra più volte al giorno: assumere Wislawa Szymborska prima e dopo i pasti e ingoiare il rospo come una pillola indigesta. Fidatevi: prima o poi si guarisce.    

Non dimenticherò mai il giorno in cui te ne sei andato per l’ottava volta: il tuo addio sapeva di tabacco bruciato, di caffè freddo e polvere di un passato da troppo poco tempo diventato memoria.

Ricordi quel pomeriggio in cui mi hai inviato un messaggio disperato? Cosa potevo fare se non smuovere per te le montagne? Un rapporto Karmico non è una passeggiata. È come guadare un fiume in piena, schivando gorghi e mulinelli. Ci si aggrappa a tutto: rami e arbusti pur di arrivare all’altra sponda. E a quella riva siamo arrivati insieme, sputando fango e acqua.

In questo caso non c’è consolazione ma solo gratitudine per quello che ho imparato.

Non dimenticherò mai il giorno in cui te ne sei andato per la nona volta: sei un uomo buono. Sei un gigante in un paese di nani, dove, ogni volta che torno, un obelisco  mi avverte che ho un passato.

Il tuo essere sincero e leale mi ha salvata: ricordi un pomeriggio cupo? Era uno di quei giorni in cui volevo non essere nata e tu mi hai riportata alla vita.. con tono perentorio hai urlato “Ilaria, resta nella luce! Non sei costretta a scegliere il buio”.

Vedi, tu continui a definirti inadatto al logos ma le tue parole, come sassolini sul sentiero, mi hanno riportata a casa.

Non dimenticherò il giorno in cui te ne andrai. Sarà la decima volta e, spero in cuor mio, neppure l’ultima.

Attendo con curiosità anche questo epilogo.  Non ricordo quando abbiamo iniziato l’ultimo atto: forse subito dopo un breve intervallo. La finzione scenica ha voluto che ci perdessimo il prologo per strada.                    



                     







   

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