Ammettete
che non aspettavate altro…
E l’Ilare spocchiosa che
fine ha fatto? Cosa avrà mai combinato in vacanza nel noto
complesso termale sloveno?
Bene,
partiamo dai fondamentali: a meno che non prenotiate in un’esclusiva località
delle Alpi svizzere, di quelle che devi arrivare in slitta trainata dalle renne
di Babbo Natale altrimenti nemmeno ti aprono la baita, la certezza in una vacanza
alle terme è quella di ritrovarsi circondati da marmocchi, torme di marmocchi,
legioni di marmocchi...
Devo ammettere che, da qualche anno, ho sviluppato una
strana allergia nei confronti dei luoghi molto frequentati, specialmente dalle
famiglie con prole vociante al seguito; se poi questi luoghi sono le terme,
allora mi trasformo in vate dei bei tempi andati, quando ai bambini veniva cioè riservato un bel mese di confino marittimo (ops, volevo dire sana e felice colonia
elioterapica…) e agli adulti era concesso di svagarsi tra pari in spazi
adeguatamente predisposti a favorire il benessere. Oggi è invece tutta una distesa di barbarie; e la presenza di ragazzetti e pupi vocianti, invero piuttosto molesta, finisce per rendere del
tutto irrealizzabile la propagandata mission del
rilassamento post-lavorativo. Sì, insomma, provateci voi a leggere l’ultimo
volume della vostra scrittrice preferita attorniata da urla dei simpatici infanti…
Ed
è tempo di ripristinare il vero, da troppo tempo seppellito sotto montagne di
spot televisivi ingannevoli: i bambini, il 99% di essi (ho tenuto l’1% in modo
che ciascuno possa riconoscere in esso il proprio pargolo), sono proprio maleducati. Così il cartello vietato tuffarsi viene letto come un
invito a imitare la bravura di Tania Cagnotto; così l’avvertimento vietato giocare a palla in piscina si
trasforma in esortazione a formare le squadre per un epico scontro
Italia-Croazia che neanche alle Olimpiadi… (orsù, preparate la fronte; perché è
praticamente certo che arriverà entro poco una pallonata assassina!).
Ed il meritato
relax?
Tutto diventa merce preziosissima, che neanche il migliore Indiana Jones
riuscirebbe a recuperare dalle profondità del Tempio maledetto; ed anche il nuotare
senza sbattere contro un gruppo di ragazzini vocianti, che invadenti si
spruzzano acqua, diventa la tredicesima fatica di Ercole.
O tempora, o mores…
Ma
di chi è in fondo la colpa? Della gioventù italica male addestrata dai genitori
oppure degli albergatori che, puntando sul nazional-popolare all inclusive, hanno dimenticato la sana
abitudine dell’energumeno in ciabatte a bordo vasca che prendeva il moccioso per le orecchio
e lo portava nella saletta coi ceci a riflettere sulle colpe commesse?
Alle terme si va insomma per rigenerarsi, con massaggi, saune e bagni turchi, tisane detox e
musica suffusa… Ergo, i branchi a pascolo libero di Viola, Giulia, Rocco,
Stefano, Piergiorgio e Domitilla sarebbero pregati di andare a brucare un po’
più in là. Non dico nelle piazzole di sosta dell’autostrada, ma quanto meno ad un
paio di chilometri buoni dal lettino su cui pigramente ha la bontà s’adagiarsi la
mia persona.
Attendo
parlamentari novelli disposti a tradurre questo ragionamento di civiltà in un adeguata
proposta di legge!
In attesa,
per non rischiare di emulare quel santosubito
di Erode, penso bene di trascorrere il resto del mio pomeriggio nel settore
sauna e bagno turco.
C’è
una cosa bella dei paesi al di là delle Alpi, e cioè l’assoluta naturalezza con
cui s’espone il proprio corpo nudo; specie se si tratta di prendere un salutare
bagno di umidità o di accedere all’ambiente secco della sauna. Lo amo, e lo trovo
assolutamente democratico: davanti alla nudità non ci sono distinzioni di ceto;
ed ognuno è specchio dell’altro, un po’ come lo erano Adamo ed Eva nell’Eden. Quando
sono in vacanza all’estero frequento quindi assiduamente la sauna, cosa che non
faccio quando approfitto del relax offerto da una località turistica italiana.
Perché? La ragione è semplice: non solo in Italia si rischia una denuncia per
atti osceni in luogo pubblico se solo ti azzardi a svestirti nudo nello
spogliatoio, ma pare sia obbligatorio tenere addosso il costume anche dentro al
nebbioso impianto rivestito di legno. Ma vi pare adeguato? A 90° non solo i
costumi, in genere fatti di materiale sintetico, finiscono per rilasciare
sostanze tossiche dannose, ma soprattutto finiscono per rovinarsi irrimediabilmente… Ora,
poiché in genere io non indosso un semplice pezzo di stoffa bensì una vera e
propria opera d’arte in tessuto, state pur certi che non lo metterò a rischio
per una decina di minuti di calore intenso.
La
Slovenia, per grazia di Dio, appartiene al novero dei paesi civili in fatto di
saune e affini; così, dopo essermi tolta il mio splendido intero, posso entrare
nella zona rigorosamente interdetta ai minori. Dopo qualche ohm di chiusura della seduta meditativa
nel bagno turco, mi traghetto nella più impegnativa delle saune: quella
finlandese, dove a 90° a secco si suda davvero molto. E per ammazzare il tempo
canonico di soggiorno, sollecitata dalla presenza di un'altra persona, devo dire piuttosto
affascinante, inizio a riflettere sui massimi sistemi filosofici; chiedendomi
nello specifico se si riesca a praticare
sesso anche in condizioni così estreme.
Ammetto che il pensiero mi è venuto
in mente a causa di un ricordo, che tira in ballo una puntata di Beautiful, quella dove il bel Ridge ansimava tra i vapori assieme alla bionda Brooke Logan (quella cioè che,
nel giro di qualche stagione, si sarebbe sposata con tutti i membri maschili
della modaiola famiglia Forrester). Rappresentazione di una possibile realtà oppure
reificazione di un pensiero erotico ai limiti della fisica? Fino ad oggi tendevo
a propendere per la seconda ipotesi, pensando che quei due fossero eroici fino
alla santità (perché io, dopo cinque minuti di rosolatura a quella temperatura,
avrei come unico pensiero quello di immergermi nella pozza d’acqua gelata che
mi attende fuori).
Scaccio dunque l’impudico pensiero, impegnandomi stoicamente
nell’obiettivo minimo della sopravvivenza. E se proprio il sogno erotico deve
alimentarsi, che lo faccia grazie ai movimenti dello sconosciuto aitante, dagli
attributi ben in vista, che siede sul telo accanto a me. Vedi un po’ che non riesca
a risolvere – solo a fini scientifici, ovviamente – il problema del
comportamento di due corpi che si fondono l’uno contro l’altro in un ambiente ostile e inospitale come è quello in cui ora io sono.
Nel
frattempo il calore della sauna mi illanguidisce, e fiacca la resistenza del mio
corpo, tanto da rendere complesso anche il più piccolo movimento. Devo restare
immobile, per non disperdere le ultime energie che mi sono rimaste (soffro da
sempre di pressione bassa, oserei dire inesistente, hélas). Sono talmente concentrata sul mio respiro d’avere quasi
dimenticato la presenza del bell’uomo seduto una fila sopra la mia. Ne sento i
movimenti, ed immagino che anche lui stia cercando di sopravvivere. Siamo
entrati insieme, scambiandoci una rapida occhiata; ed insieme ci siamo tolti i
costumi, lasciandoli appesi vicino agli accappatoi, sorridendo l’uno all’altro,
probabilmente increduli della fortuna di ritrovarci da soli in un ambiente di
solito troppo affollato.
Chiudo
quindi gli occhi, in modo da rimanere concentrata solamente sul mio respiro; e
mi ripeto che, in fondo, si tratta solo di un quarto d’ora: resistere è la
sfida; il premio sarà quello di ritrovarsi poi con una pelle liscia come nella
canzone degli Afterhours. (https://www.youtube.com/watch?v=7HqSRYs0TZI)
Sbircio
la clessidra, che sembra sempre terribilmente piena, e l’uomo si muove; adesso
è proprio dietro di me e le sue
gambe sfiorano le mie spalle. Io tengo dritta la schiena, fingendo indifferenza.
E perché mai? L’imbarazzo è bandito dal
galateo non scritto della sauna! E poi suvvia, sono una donna di mondo, che ha
girato tanto e che non teme nulla.
Però il suo respiro si è proprio avvicinato –
parecchio – al mio collo, e leggeri brividi cominciano a corrermi lungo la
schiena.
Forse sarebbe opportuno girarmi, urlandogli in faccia il mio schifato porco, andandomene per lasciarlo solo
colla sua erezione. Lo penso solamente, tuttavia. In realtà rimango ferma, e mi
chiedo fin dove possa arrivare l’arroganza di un uomo.
Ma
non è soltanto quello, è anche che percepisco salire in piacere languido, intessuto
di brividi che s’arrampicano dal collo fino alle orecchie, incuneandosi come
soffi di aria gelata tra le sensazioni, tra pelle arroventata e alito fresco.
Scende
e mi cinge con le gambe; sento il suo desiderio contro la mia schiena. Al punto
che, se anche ora lo volessi, farei fatica ad alzarmi. Sono quindi imprigionata,
implacabilmente stretta tra le sue gambe. E le mani iniziano a massaggiarmi le
spalle, sfiorandomi i capezzoli. Mi sussurra di non muovermi, ma sa che non lo
farò…
La
sua voce è calda e bella, avvolgente. Dice che mi desidera. Ancora una volta mi
dico che dovrei, ma poi non faccio. Il mio corpo si rifiuta del resto di reagire,
lasciandosi accarezzare da quelle mani grandi e abituate all’amore. Inizia a
leccarmi il collo, muovendosi con la velocità di un serpente che annusa l’aria
prima di attaccare la preda. E mi assaggia, con piccoli morsi che vanno dalla
nuca fino alle scapole, sussurrandomi che so d’estate e che altro non sono che una
sirena celata ai comuni mortali. Poi mi costringe a girare la testa,
prendendola colle mani forti e gentili assieme, e mi rapisce con un lungo bacio:
ha il sapore del sale, il medesimo sapore di quando da bambina intingevo le
dita nel mare, succhiandole con curiosità per assaporarne l’intenso gusto.
Eccomi
inginocchiata come una geisha, nell’angusto
spazio. E se dovesse entrare ora qualcuno? È un pensiero fugace, perché già mi
offre con una mano la sua virilità turgida e opalescente. Non ha più bisogno di
parole, e porgo le mie labbra ubbidienti al suo maschio volere. E la paura di
essere sorpresi? Chi se la ricorda più; anzi essa finisce per aumentare quella che
è l’eccitazione di entrambi. I movimenti, quelli miei e quelli suoi, sono lenti
e graduali, come per risparmiare le forze; allo stesso modo degli astronauti in
orbita, senza gravità e scarsi di ossigeno.
Mi
risveglio dal torpore. La clessidra è finalmente arrivata al suo termine, con
la pancia superiore oscenamente sgravata di peso; ed è il mio stesso corpo,
sfinito da calore, ad implorarmi di abbandonare il mio sogno per uscire al
fresco della realtà. Lo faccio, anche se una strana e leggera eccitazione
continua a inseguirmi, appiccicata addosso come il randagio trovato lungo la
strada. Che strani sogni si possono fare, specie con la pressione bassa…
L’uomo
sconosciuto è dietro di me, mi guarda e, mentre m’allontano, mi sussurra un lieve
e intenso grazie.
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